Sappiamo bene quanto noi imprenditori teniamo a coltivare le nostre idee d’impresa. Esse rappresentano una parte importante della nostra esistenza ed è per questo che ad esse dedichiamo riflessioni, studio, confronto e sperimentazioni.  E in queste attività talvolta ci esaltiamo in una sorta di catarsi imprenditoriale che ci rende più disponibili al dialogo, più positivi e più empatici nelle relazioni con gli altri.

Queste emozioni e questi atteggiamenti sono una parte della piacevole follia che è al contempo causa ed effetto di un concepimento ideale che è sicuramente nuovo per noi che lo immaginiamo ma che potrebbe esserlo anche per gli altri. Quando immaginiamo un nuovo business infatti non facciamo altro che renderci interpreti  di un bisogno espresso o latente degli individui o delle loro organizzazioni. Un bisogno che, con creatività e razionalità, ci candidiamo idealmente a soddisfare.

L’esperienza creativa della business idea è soltanto il primo tassello di una serie di riflessioni ed azioni che possono condurre a risultati diversi. Oltre l’ipotesi diffusissima dell’abbandono, si possono raggiungere i risultati dell’opera intellettuale compiuta e/o dell’innovazione. Qualunque sia il risultato finale, un po’ come nello sport, se anche non si arriva sul podio l’esperienza va comunque considerata positivamente perché sarà di aiuto nel futuro.

L’innovazione è il risultato massimo che può raggiungere la business idea: essa rappresenta quella situazione in cui l’interpretazione e la diffusione di un problema o bisogno per il quale si è immaginata la soluzione si è rivelata “reale”, ovvero  viene riconosciuta come tale in un contesto di mercato. L’essere riconosciuta come soluzione significa che il prodotto o il servizio individuato realmente soddisfa il bisogno e realmente il suo utilizzo si diffonde.

Quando una business idea, pur giungendo alla sua maturazione intellettuale, non si traduce in innovazione  significa che essa si ferma in uno stadio intermedio che la rende un opera intellettuale o un invenzione che non ha superato, almeno nel momento storico in cui è stata concepita e sviluppata, la prova del mercato, ovvero quella fase di incontro con coloro che ne dovrebbero riconoscere l’utilità e sostenere un costo, non necessariamente monetario,  per l’utilizzo. Un negozio in cui non entrano clienti, un libro che non vende e  una app che non trova utilizzatori sono espressioni di un attività creativa o imprenditoriale che non trova un corrispondente e diffuso interesse nella controparte “commerciale” e pertanto è destinata a chiudere o a rimanere ferma negli “scaffali” dell’ufficio brevetti, della libreria o di i-tunes.

Molte storie personali e imprenditoriali, anche raccontate nella cinematografia, sono state caratterizzate da attività creative che comunque esaltano l’intelligenza e la perseveranza dei protagonisti anche se non ne decretano il successo nei mercati di riferimento.

Quello che comunemente chiamiamo rischio imprenditoriale è anche questo: il divenire di idee, attività e risorse verso una situazione o verso l’altra.

Marco Cogoni